• Geopolitica e transizione energetica

     

     

    25 Settembre 2020

     

    Si è avviata oggi a Trevi (PG) la IV edizione del Seminario promosso e organizzato da GLOBE (Associazione Nazionale per il clima) e WEC ITALIA (World Energy Council) sul tema Green New Deal.

     

    Vi propongo qui il mio intervento.

     

    Oggi affrontiamo uno dei temi prioritari nell’agenda internazionale post-COVID: assicurare una ripresa economica sostenibile ed in piena armonia con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi e dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo.

     

    L’energia ha sempre giocato un ruolo fondamentale nella geopolitica globale, contribuendo all’ascesa di grandi potenze, alla formazione di alleanze, ma anche allo scoppio di conflitti.
    Ogni ordine internazionale nella storia moderna si è basato sull’utilizzo intensivo di una determinata risorsa energetica. La conoscenza delle tecniche navali e lo sfruttamento del regime dei venti verso oriente e occidente hanno determinato i percorsi dell’imperialismo europeo. Il carbone ha rappresentato la base dietro il dominio britannico del XIX secolo.
    Dalla prima guerra mondiale in poi, l’approvvigionamento petrolifero è stato al centro della geopolitica energetica globale che ha sancito un secolo di graduale affermazione dell’egemonia americana: costruita su una rete di alleanze, valori, potenza militare, economica e culturale, ma anche sulla superiorità tecnologica e sulla valuta di riferimento per il commercio dei carburanti fossili.
    Tutto questo sta cambiando rapidamente in un contesto in cui altre potenze economiche e tecnologiche (la Cina sicuramente, ma anche l’UE) stanno colmando rapidamente il gap. E in cui i progressi nella transizione energetica e il primato tecnologico nelle rinnovabili stanno cambiano la geopolitica dell’energia.
    E in cui, infine, un piccolo organismo con un diametro medio di 0,10 micron ha ulteriormente accelerato il processo di scomposizione degli equilibri mondiali, rendendo ancora più fragile il tessuto cooperativo mondiale costruito nel secondo dopoguerra.

     

    Impatto del COVID e transizione energetica

     

    Stiamo vivendo la peggiore crisi economica dal 1929. È ancora difficile misurarne la portata. Per quest’anno, il Fondo Monetario Internazionale stima una decrescita economica globale pari al -4.9%. Una cifra quasi tre volte superiore rispetto al -1.7% registrato nel 2009, a seguito dell’ultima recessione globale.

    Al contempo, gli incendi, lo scioglimento della calotta polare, i fenomeni metereologici estremi e l’impatto di questi sulla biosfera sono i segnali concreti di una tragica emergenza ambientale.

    Immaginare una crescita economica realizzata contenendo le emissioni di CO2 non basta più, bisogna pensare ad un mondo diverso. Ci vorrà coraggio, determinazione e capacità di innovazione per portare avanti la rivoluzione energetica già in atto. Una rivoluzione che deve essere nel segno di politiche di decarbonizzazione sempre più avanzate e di investimenti nelle tecnologie rinnovabili e, soprattutto, nel segno di un forte senso di responsabilità e sensibilità sociale. Senza queste condizioni ogni rivoluzione sfuma in una tragedia o in una farsa, in cui alla fine, i forti sono ancora più forti e i deboli ancora più deboli.

    E in questo contesto, permettetemi un richiamo al ruolo fondamentale che la leadership femminile può svolgere. La Commissione Europea, guidata finalmente da una donna, sta già facendo passi importanti. Non entro, per brevità, sul tema del ruolo guida assunto a livello globale dalla UE, con tutte le decisioni prese negli ultimi sei mesi, per contenere la pandemia e il suo impatto sociale ed economico.

    Nel suo potente discorso dello “Stato dell’Unione” di 10 giorni fa la Presidente Von der Leyen ha posto la barra molto in alto, aumentando l’obiettivo di riduzione delle emissioni al 2030 dal 40 al 55%. Per raggiungere questo obiettivo sono disponibili risorse e investimenti con il 37% dei fondi del Next Generation EU dedicati al “Green Deal”.

    È di questo coraggio e determinazione che avremo bisogno almeno per il prossimo decennio. Ed è solo con questo coraggio e determinazione che la pandemia può diventare un’opportunità di cambiamento, l’occasione per pensare ad un modello di crescita costruito su un nuovo paradigma di equità e sostenibilità.

     

    Il ruolo europeo

     

    L’Unione Europea, sempre secondo i dati della Commissione, ha una dipendenza energetica da approvvigionamenti esterni pari al 54% del suo fabbisogno. Questo dato sale a più del 70% nel caso dell’Italia. Nell’ultimo decennio il nostro Paese ha speso in media 44 miliardi di euro all’anno per le importazioni di combustibili fossili attraverso linee di approvvigionamento da Russia, Caspio, Medio Oriente e Nord Africa. Tuttavia, il continente europeo rappresenta solo l’8 % delle emissioni globali e sarà necessario portare sulla strada della transizione energetica anche il resto del mondo.

    Per raggiungere questo obiettivo l’unico percorso realistico è quello che punta sulla cooperazione multilaterale e sulla ricostruzione del tessuto cooperativo entrato in crisi in particolare nell’ultimo quinquennio. Nel 2021 l’Italia avrà due grandi occasioni per dare il suo contributo per una rinascita sostenibile post-COVID.

    L'80% delle emissioni provengono dai Paesi G20 e l’anno prossimo, come Presidenza, lavoreremo affinché il coordinamento economico tra le 20 più grandi economie del pianeta sia un catalizzatore della transizione energetica. Stiamo già lavorando con l’AIE, Agenzia Internazionale per l’Energia, e con IRENA, l’Agenzia Internazionale per le Energie Rinnovabili, il cui direttore è italiano, per mettere questo tema al centro del dibattito.

    Nel 2021 poi l’Italia sarà co-presidente assieme al Regno Unito della COP26, un appuntamento che permetterà di aggiornare gli Impegni Nazionali (i così detti NDCs) al taglio delle emissioni e misurare la traiettoria di riscaldamento che stiamo percorrendo, rispetto a quanto i diversi governi del pianeta si sono impegnati a realizzare nel 2015.

     

    Il Mediterraneo centrale e orientale

     

    Siamo consapevoli che la transizione energetica deve essere accompagnata e contemperata da meccanismi che favoriscano l’equità, mettendo in primo piano gli obiettivi di lungo termine e la lotta contro l’instabilità politica e socio-economica.
    Inoltre, il tema della sicurezza degli approvvigionamenti energetici tocca interessi essenziali per il nostro Paese. Non possiamo riflettere su questo tema senza pensare al nostro vicinato in particolare meridionale.
    Il controllo delle risorse petrolifere ha da sempre alimentato instabilità e conflitti, soprattutto nell’area del Mediterraneo allargato. Basti pensare alla guerra tra Iran e Iraq negli anni Ottanta, alla guerra del Golfo (1990-1991), al successivo conflitto in Iraq a partire dal 2003.
    Le tensioni nel Mediterraneo Orientale per lo sfruttamento dei giacimenti di gas naturale, sono ora un tema di grandissima attualità. Dovremmo lavorare su meccanismi innovativi di dialogo che consentano a tutti gli attori di condividere i benefici delle risorse energetiche. A tal proposito, salutiamo con favore l’annuncio del dialogo tra Grecia e Turchia e sosteniamo gli sforzi della Presidenza tedesca dell'UE e dell'Alto rappresentante Borrell.
    D’altro canto, la cooperazione energetica nell’ambito del Corridoio meridionale del gas e dell’Eastern Mediterranean Gas Forum -dove hanno trovato solide convergenze nel primo Grecia e Turchia, e nel secondo Israele e ANP - hanno nell’ultimo decennio dimostrato, anche grazie al contributo dell’Italia, come radicate contrapposizioni possano trasformarsi in opportunità e vantaggi condivisi, proprio grazie ad una cooperazione regionale efficace ed inclusiva.
    Altro tema di estrema attualità e priorità per l’Italia e per l’Europa è l’effettiva riattivazione della produzione e dell’esportazione petrolifera in Libia, che risulta essenziale per attenuare le faglie politiche e sociali e stabilizzare il Paese, dotandolo delle risorse fondamentali per ricostruire un apparato statale.

     

    Transizione energetica, pace e stabilità

     

    La stabilità e prosperità nel Mediterraneo allargato è una pre-condizione per la nostra stabilità e prosperità. Le fonti energetiche non rinnovabili, proprio per la loro limitatezza, tendono a generare rivalità e potenziali conflitti.

    Favorire la transizione energetica, in un’ottica di cooperazione regionale, significa dunque favorire la stabilità e la pace. Si tratta di un obiettivo strategico cui l’Italia è particolarmente vocata, non solo per la sua riconosciuta sensibilità politica e posizione geografica, ma anche in virtù di un sistema Paese che, anche in ambito energetico, vanta realtà industriali e tecnologiche di primissimo piano.

    L’Italia e l’UE dovranno continuare a collaborare con il proprio vicinato su progetti di produzione di energia rinnovabile, incluso l’idrogeno, per generare nuovi legami d’interdipendenza positiva e sostenibile, creare posti di lavoro in aree di emigrazione, aprire opportunità commerciali e rafforzare la stabilità politica del vicinato.

    Quest’ultimo punto è particolarmente importante. Infatti, una delle sfide più importanti della transizione energetica sarà quella di contribuire alla crescita sociale, politica ed economica di interi Paesi, i cui modelli di sviluppo sono attualmente imperniati sulla produzione e sul commercio di combustibili fossili.

    La diffusione delle energie rinnovabili, inoltre, aumenterà l’importanza strategica delle reti di elettrificazione. Gli attori che dominano queste reti potrebbero esercitare un controllo indebito sui paesi vicini, rendendo la gestione dei flussi transfrontalieri uno strumento geopolitico, analogo ai flussi di petrolio e gas naturale oggi.

    A questo rischio, va poi aggiunto quello della cyber sicurezza, che andrà attenuato attraverso un maggiore sviluppo delle capacità difensive europee in tale settore. Soggetti ostili potrebbero infatti penetrare nei sistemi digitalizzati che controllano le reti elettriche, estorcendo dati ed informazioni, ma anche causando importanti danni economici e sociali.

    Guardando ancora più a sud, la transizione energetica apporterà notevoli opportunità di sviluppo per il continente africano, rendendolo centrale nell’assetto geopolitico globale. Emerge quindi la priorità di sviluppare un partenariato euro-africano in ambito energetico. Con quasi il 20% della popolazione mondiale, meno del 2% delle emissioni di CO2, l’Africa offre enormi potenzialità per lo sviluppo di un modello energetico sostenibile e per la produzione di idrogeno verde che potrebbe favorire l’elettrificazione del settore trasporti e un’ulteriore diminuzione dell’inquinamento atmosferico e dell’effetto serra.

     

     

    Vorrei concludere su queste note, con una dose di “realismo etico”. La tensione di fondo tra “il mondo come è” ed “il mondo come dovrebbe essere” rappresenta un dilemma sempre presente. A maggior ragione, vale per chi si occupa di politica, e in particolare di politica estera.

    La tutela di un settore prioritario per la competitività del nostro Paese, quale è quello dell’energia, richiede una politica estera attenta alla costruzione di rapporti e alleanze anche con Paesi che non condividono il nostro sistema di valori, in particolare sul terreno del rispetto dei diritti umani e dello stato di diritto.

    Non credo che esistano formule magiche o un manuale per sciogliere i nodi che derivano da questa situazione di oggettiva tensione tra valori e interessi. È un tema che attraversa la teoria e la pratica della politica estera, in particolare, sottolineo, quando si toccano interessi essenziali quale la sicurezza energetica.

    Possono però soccorrere una visione più alta della politica e dell’identità del nostro Paese. Secondo le categorie weberiane, l’etica della responsabilità è l’ambito prioritario di elezione della politica e, in particolare, della politica estera. I compromessi a cui ti obbliga la responsabilità vanno però sempre collocati in una visione di più ampio respiro e di più lungo termine, quella dell’etica dei fini. Altrimenti c’è il rischio di una gestione opportunista e transattiva, che rincorre interessi particolari anche legittimi, ma di breve respiro.

    E in questo, per me, il quadro di riferimento della nostra politica estera è chiaro: la Costituzione e i suoi principi fondamentali, la nostra storia in particolare nel XX secolo, e la collocazione in un quadro di alleanze e solidarietà e in un ordine mondiale basato sul rispetto dei diritti umani e dello stato di diritto, su mercati aperti e su un modello sociale che assicuri equità e sostenibilità.