• DAL MEDIO ORIENTE

    UNA DOMANDA DI CAMBIAMENTO

     

     

    Il mio articolo sulle missioni in Libano e Giordania su Il Riformista del 4 giugno 2021

     

     

                Nei giorni del sanguinoso scontro militare tra Israele e Hamas e subito dopo il raggiungimento del cessate il fuoco ho avuto la possibilità di svolgere due missioni nell’area, la prima a Beirut e la seconda ad Amman.

               In entrambi i Paesi per lungo tempo l’attenzione della comunità internazionale è stata focalizzata sul dramma dei rifugiati: palestinesi prima, iracheni e siriani poi. In Libano oggi si contano oltre un milione e mezzo di siriani, in Giordania circa un milione e trecentomila. Numeri che dovrebbero farci vergognare delle polemiche nostrane sull’ “emergenza migratoria”, ancora di più se andiamo a guardare la situazione economica e sociale delle comunità ospitanti. Il primo dato su cui riflettere è questo.

               In Libano ad una pesante crisi economico-finanziaria che ha portato al default si sono sommati in poco tempo la drammatica esplosione al porto di Beirut dell’agosto scorso, la crisi sanitaria del Covid19 e lo stallo politico che da oltre nove mesi impedisce la formazione di un governo in grado di assumere decisioni e avviare le riforme necessarie e il negoziato con il Fondo Monetario Internazionale. Intanto le condizioni di vita delle persone sono sempre più difficili e il malessere sociale è crescente anche se non si manifesta più nelle piazze. Allo stesso modo in Giordania, dove pure il contesto politico è sicuramente meno complicato, aumentano le aree di fragilità e di sofferenza sociale. Nell’area circostante a Zaatari Camp, ci raccontano gli operatori del WFP che operano lì, i dati sulla povertà e sull’insicurezza alimentare della popolazione giordana sono molto simili a quelli dei rifugiati siriani del campo.

               La cooperazione italiana (e internazionale) non può non tenere conto di questi elementi: per queste ragioni l’AICS, le Organizzazioni della Società Civile, le Agenzie delle Nazioni Unite stanno cercando di lavorare - ad Amman come a Beirut - non più solo “per e con” i rifugiati ma anche “per e con” i gruppi vulnerabili della popolazione locale, per evitare che esplodano nuove contraddizioni e “guerre tra poveri”. È un riorientamento necessario anche perché, a dieci anni di distanza dallo scoppio della guerra, è ancora difficile immaginare una conclusione in tempi brevi della crisi siriana e la possibilità concreta di ritorno di grandi numeri di rifugiati. In altre parole siamo chiamati a riflettere e a lavorare sul nesso umanitario-sviluppo, a domandarci come dare continuità e al tempo stesso far evolvere un intervento della comunità internazionale per la Siria che non può più essere esclusivamente legato all’emergenza. 

                In questo sforzo di ridefinizione della solidarietà internazionale nella regione - e questo è il secondo tema - dobbiamo saper ascoltare, sia in Libano che in Giordania, le voci della società civile che chiedono maggiore attenzione alle loro istanze, alla richiesta di partecipazione e di cambiamento che, soprattutto tra i giovani e le donne, è molto presente. “La comunità internazionale - ci siamo sentiti dire in Giordania - non può guardare al nostro Paese solo attraverso la lente della stabilità. Noi chiediamo riforme e maggiore giustizia...”.  Ancora di più la prospettiva delle riforme in Libano viene considerata da diverse componenti della società, che guardano alle prossime elezioni del 2022 come un passaggio essenziale, una condizione indispensabile per scongiurare il rischio di un collasso irrecuperabile del sistema. 

                Infine, last but not least: l’idea che gli Accordi di Abramo potessero portare la pace accantonando la questione palestinese si è dissolta negli undici giorni di violenza che hanno provocato morte e distruzione a Gaza e in Israele. Al di là dei pronunciamenti dei governi, le opinioni pubbliche dei Paesi arabi e soprattutto di quelli più vicini al conflitto sono state attraversate da forti ondate di protesta. In particolare, mentre in Libano non sono mancati episodi di tensione al confine con Israele, in Giordania il sentimento profondo della popolazione - gran parte di origine palestinese - si è espresso in forme e con toni più accesi che in altre occasioni, anche perché il futuro di Gerusalemme e dei Luoghi Santi ha da sempre un valore simbolico enorme per il Regno Hashemita. Questa è dunque la terza riflessione da trarre. Il Medio Oriente è percorso da nuovi fermenti, da non sottovalutare. E la questione del popolo palestinese, la richiesta del riconoscimento dei loro diritti è parte dell’identità culturale e politica di ampie fasce di popolazione, soprattutto tra i giovani. La sirena dell’estremismo non è affatto sconfitta, così come non sono sparite le istanze di maggiore apertura e rinnovamento democratico in questa parte del mondo. A distanza di oltre un decennio dalle Primavere Arabe credo sia dovere della comunità internazionale e di noi occidentali non farsi di nuovo trovare impreparati e vedere come il perdurare del conflitto israeliano-palestinese possa saldarsi ad altri elementi di malessere, diventare uno degli ingredienti di nuove ondate di protesta popolare, alimentare le fila del radicalismo.

               In questo contesto - e non sembri una conclusione fuori luogo - la presenza delle minoranze cristiane rappresenta un fattore profondamente positivo, espressione di tolleranza, dialogo interreligioso, solidarietà. Dobbiamo fare i conti con un dato preoccupante, la presenza cristiana in Medio Oriente sta diminuendo drasticamente: la violenza di Isis, la guerra in Siria, la devastante crisi economica in Libano hanno spinto molti cristiani a fuggire da quelle terre e a cercare un futuro altrove. Si rischia così di impoverire culturalmente ed economicamente quelle società, di perdere un tratto distintivo di quella regione che per secolo ha visto comunità religiose diverse capaci di convivere pacificamente e di cooperare per il bene di tutti. Ancora oggi, nelle mutate condizioni, le scuole cattoliche di Amman ospitano decine di migliaia di studenti, in grande maggioranza di religione musulmana. Ancora oggi le parrocchie, gli ospedali, le associazioni cristiane in Medio Oriente riescono ad essere luoghi di solidarietà e di servizio per tutti. Tutto questo giustifica una nostra attenzione speciale alle minoranze cristiane, alle loro iniziative e ai loro progetti, come peraltro voluto dal Parlamento italiano che ha promosso l’istituzione di un fondo al hoc per finanziare progetti mirati alla loro tutela, non come entità separate bensì come parti vitali e solidali nelle comunità in cui vivono e operano.  

     

    4 giugno 2021

     

     

    Come sempre provo a ricapitolare gli impegni delle ultime settimane:


    Il 24 maggio ho incontrato il Ministro degli Esteri dell’Honduras Lisandro Rosales Banegas, in visita a Roma.

     

    Ho partecipato alla Celebrazione del 30° anniversario della nascita del SICA – Sistema de la Integración Centroamericana e i 200 anni di indipendenza di Costa Rica, El Salvador, Guatemala, Honduras e Nicaragua, promossa dall’IILA.

     

    Il 25 maggio sono intervenuta alla Cerimonia di firma del protocollo di intesa tra ICE (Agenzia per la Promozione all’estero e l’Internalizzazione delle imprese italiane) e AICS (Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo) 

     

    Ho avuto un colloquio in videoconferenza con la Commissaria Europea ai Partenariati internazionali, Jutta Urpilainen.

     

    Ho partecipato alla Celebrazione della “Giornata dell’Africa” Edizione 2021

     

    Il 31 maggio sono intervenuta alla presentazione del primo progetto di formazione a distanza, in arabo, realizzato dall’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù in collaborazione con l’Organizzazione Mondiale della Sanità.

     

    Il 3 giugno ho presieduto la terza riunione del 2021 del Comitato Congiunto per la Cooperazione allo Sviluppo.

     

    Sono intervenuta all'evento "Fermare il virus. Vaccini per tutti. Emergenza sanitaria e sociale nei paesi del Mediterraneo" promosso dalla UIL (Unione Italiana del Lavoro)

     

    Sono intervenuta all'evento "Tackling malaria: a win-win for saving lives and preventing future pandemics”, organizzato da Malaria No More UK e in collaborazione con Friends of the Global Fund Europe, RBM Partnership, Malaria No More, United Foundation, APlma e il Fondo Globale.

     

    Ho partecipato all'evento "Food Coalition", l'ultimo appuntamento del ciclo di incontri "Il Futuro è Sostenibile" organizzato dalla Commissione Sostenibilità del Consiglio degli Studenti dell'Università degli Studi di Udine.

     


    INCONTRI PUBBLICI

     

    Incontro online “Pari Opportunità, Donne e Recovery Plan” promosso da ZonaDem.

     

     

     

    VISITA ISTITUZIONALE IN GIORDANIA

     

    La mia intervista rilasciata a Rainews24 sulla visita in Giordania.

     

    Dal 26 al 28 maggio ho svolto una missione in Giordania durante la quale ho incontrato interlocutori istituzionali, della societa' civile locale ed italiana. Al centro delle discussioni i temi regionali, in particolare la recente crisi israelo-palestinese, il ruolo della cooperazione italiana nel Paese e le possibili riforme interne.
    Durante la visita e' stato posto forte accento sui temi della Cooperazione. Oltre all'incontro con i principali e diversi attori del sistema di cooperazione allo sviluppo, ho visitato alcuni progetti attuati dalla Cooperazione italiana nel Paese, direttamente, attraverso OSC o Agenzie UN.

     

    Nel corso della prima giornata, ho incontrato i rappresentanti delle organizzazioni della societa' civile italiana attivi in Giordania, al quale ho espresso apprezzamento per i risultati conseguiti e per il radicamento capillare nel contesto locale.

    Momento chiave della prima giornata e' stato l'incontro con il Ministro della Pianificazione e della Cooperazione internazionale, Nasser Shraideh, nel corso del quale e' stato firmato l'Accordo sussidiario di cooperazione per il trienno 2021-2023.


    Ho visitato il campo profughi di Hitten, uno dei dieci campi ufficiali che, sotto il coordinamento di UNRWA, ospitano rifugiati palestinesi - circa 53.000, di cui la maggior parte provenienti dalla Striscia di Gaza.


    Inoltre ho visitato un progetto promosso tramite la ONG Fondazione Avsi per la protezione e l'assistenza di persone vulnerabili tra rifugiati e comunita' ospitanti alla periferia di Amman.
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    Gli incontri istituzionali sono proseguiti nella seconda giornata della visita con le consultazioni politiche presso il Ministero degli Esteri e degli Espatriati, con il Segretario generale, Amb. Yousef Bataineh, e con gli incontri rispettivamente con il Presidente del Senato, Faisal al Fayez e con il Presidente della Commissione Esteri della Camera bassa del ParlamentoAbdul Monem Odat.


    Molto stimolanti sono stati gli incontri informali con rappresentanti della societa' civile giordana. In particolare, un pranzo con selezionati analisti politici giordani ha permesso uno scambio di opinioni articolato sulla situazione nel Paese e nella regione.

    Nella seconda giornata ho visitato il campo di Zaatari, sotto gestione UNHCR, dove invece risiedono circa 80.000 rifugiati siriani.

    Interessanti spunti circa la situazione interna al Paese sono emersi anche durante un pranzo avuto con alcune attiviste nel campo diritti umani e dell'empowerment femminile.

     


    Inoltre mi sono recata a Petra, dove ho potuto apprezzare i risultati del progetto finanziato dalla Cooperazione italiana con UNESCO per la stabilita' del Siq (la spettacolare gola di accesso al sito), ma anche i primi passi di un secondo progetto volto a garantire la conservazione delle cd. Tombe reali (o Tomba-Palazzo), uno dei monumenti piu' significativi del sito stesso.

    Infine ho incontrato l’Associazione Habibi di Don Mario Cornioli in cui abbiamo visto l’attività di training che viene realizzata con ragazze e ragazzi iracheni di fede cristiana su attività molto legate al “saper fare” italiano, dall’Atelier Rafedin alla Pizzeria e alla squisita cucina italiana che abbiamo potuto assaggiare la sera prima del rientro. È stata anche l’occasione per uno scambio di idee informale sulla situazione delle minoranze cristiane in Giordania e in Medio Oriente.