• Forma partito e identità politica stanno insieme: rivoluzione organizzativa e progetto

     

    15 Luglio 2019

    Il Partito Democratico, dopo diversi tentativi andati a vuoto, questa volta fa sul serio. Nicola Zingaretti ha voluto costituire, a pochi mesi dalla conclusione del congresso nazionale, la Commissione per la riforma del partito e la modifica dello Statuto, presieduta da Maurizio Martina. Questo organismo ha dunque davanti a sé il tempo necessario e sufficiente per avanzare delle proposte e giungere ad una conclusione. Vedo che si è già innescata una discussione sul tema del doppio incarico “segretario” e “candidato premier” e sulle primarie. Una discussione che considero surreale, prendendo il tema dalla coda anziché dall’inizio. 


    Qual è l’inizio? L’inizio per me è il rapporto che il Pd vuole avere con la società e il ruolo che pensiamo di dover svolgere. 
    Lo Statuto parla di un “partito di iscritti ed elettori”. Alcuni rimarcano come questa definizione abbia finito per indebolire il ruolo degli iscritti, e conseguentemente la capacità di rappresentanza sociale attraverso il nostro corpo organizzato. Ma, se andiamo a vedere, in realtà ciò che si è affievolito drammaticamente è la nostra capacità di restare in contatto con la vita quotidiana delle nostre comunità, con i mondi economici e sociali, con le trasformazioni impetuose che hanno investito la società italiana e, più in generale, i paesi occidentali più avanzati, anche nel rapporto tra i cittadini e la politica.  Gli iscritti sono progressivamente molto diminuiti, la loro età media si è alzata e, con rare seppure importanti eccezioni, i nostri circoli sono rimasti sempre più spesso chiusi. E anche quando, lodevolmente, grazie al lavoro volontario di alcuni militanti, si è cercato di riunire periodicamente gli iscritti, il circolo è apparso essere al massimo un luogo in cui “sfogarsi” o magari ripetere stancamente la discussione che i gruppi dirigenti facevano sui giornali, in Tv, sui social. 

    A fronte di questo stato di cose dobbiamo dire che ogni volta che abbiamo chiamato gli elettori a dire la loro abbiamo registrato una grande partecipazione, spesso inattesa, come da ultimo alle primarie del 3 Marzo scorso.

     

    Primo punto fermo per me: possiamo decidere di mettere in discussione tutto ma non il fatto che vogliamo essere un partito di iscritti ed elettori. Promuoviamo un partito che torni a raccogliere tante adesioni, che riesca ad aggregare energie nuove a cominciare dai giovani. Ma, molto laicamente, dico non torniamo a teorizzare un partito di soli iscritti perché questo è antistorico e finirebbe per comportate un ulteriore impoverimento. Tra l’altro vale la pena di ricordare che già prima della nascita del Pd molti militanti - penso ad esempio nella sinistra ai volontari delle feste de l’Unità - non erano iscritti a nessun partito.

     

    Preoccupiamoci invece di dare un senso e un valore organizzativo e politico all’impegno degli iscritti e alla partecipazione degli elettori. L’idea di un percorso congressuale che, pensato per  “premiare” chi sceglie di avere la tessera, raddoppia i passaggi tra iscritti ed elettori si è rivelata un inutile e sfinente appesantimento delle procedure democratiche interne. Allo stesso tempo la previsione di costituire un Albo degli elettori, che avrebbe reso la partecipazione del popolo delle primarie non più episodica ma strutturale, non è mai stata realizzata. Ne ricavo un secondo punto: abbiamo bisogno di sperimentare un modo nuovo di far vivere i circoli e di far pesare gli iscritti e di dare continuità al rapporto con gli elettori più attivi. Parole chiave: apertura e partecipazione.

    La piattaforma che abbiamo inaugurato in questi giorni per la Costituente delle Idee e l’incarico affidato a Boccia per occuparsi del “partito digitale” sono due scommesse essenziali per cominciare a praticare un’innovazione vera. Questa innovazione non si realizzerà da sola, ha bisogno di gruppi dirigenti – nazionale e territoriali – che ci credono.

    Facciamo diventare questo punto un criterio di merito per selezionare la futura classe dirigente del Pd. Premiamo tutti coloro che, dal più sperduto circolo alla grande città, si impegnano per aprire le porte del Pd e per far partecipare quanti più cittadini è possibile.

     

    La classe dirigente nel territorio d’altra parte si è via via sempre di più identificata con gli “eletti”, e gli amministratori locali - a volte loro malgrado - sono stati nel bene e nel male l’unica faccia visibile del Pd. Una classe dirigente di amministratori locali credibili e capaci è, come ha dimostrato anche l’ultimo test elettorale, uno dei punti di forza del Pd, da valorizzare anche su scala nazionale.

    Ma proprio per questo occorre anche vedere i punti di criticità: una fortissima difficoltà nostra nel Mezzogiorno e una fatica a guidare i necessari processi di rinnovamento laddove si governa da più tempo.

    D’altra parte soprattutto sul territorio l’indebolimento del ruolo del partito, con una sostanziale disintermediazione tra bisogni e risposte di governo, ha da un lato sovraesposto sempre più chi opera nelle istituzioni e, dall’altro, ha innescato frequentemente una conflittualità interna per la conquista di posizioni di “potere”. Basta leggere i giornali locali per cogliere questo elemento di degenerazione della vita interna del nostro partito e per ricavarne una fotografia allarmante: autoreferenzialità, scarso radicamento, personalismi esasperati, figli di una malintesa concezione del pluralismo culturale e politico. La lotta al correntismo in senso deteriore deve partire da qui.


    Anche per queste ragioni il Pd è diventato negli anni scorsi sempre meno attraente, sempre più distante dai cittadini, sempre meno capace di ascoltare il malessere sociale e le domande di tanti pezzi del Paese. Domande di protezione da parte delle fasce più deboli, dei cosiddetti “perdenti della globalizzazione”, e domande di sostegno e di comprensione da parte delle aree più dinamiche - economicamente e culturalmente - della società.  

     

    Ciò è accaduto perché non siamo stati abbastanza di sinistra? Perché non abbiamo più un’identità ideologica univoca? Perché l’amalgama non è riuscito? Trovo questa lettura consolatoria ma sbagliata. Basta guardare alla debolezza di ognuna delle formazioni che si collocano in questo momento alla sinistra del Pd o alle difficoltà che hanno investito tutti i partiti della sinistra europea (alcuni in forma anche ben più drammatica). In realtà è entrata in crisi l’idea stessa di partito politico tradizionale, non solo di sinistra, messo all’angolo dal messaggio semplificato e illusorio delle forze populiste.

     

    Ecco perché dobbiamo aprire un cantiere – politico, programmatico, organizzativo – che parta dal Pd e guardi alla necessità di un campo di alleanze più ampio. La rivoluzione organizzativa di cui parla Zingaretti è il presupposto per aggregare – dentro e attorno al Pd – forze nuove, diverse tra loro. Il Pd deve e può essere il partito-pivot di un nuovo centrosinistra.  

    Un partito capace di disegnare un centrosinistra arcipelago con meno partiti e più realtà civiche, con più legami nel mondo dei lavori e delle imprese, della cultura e del sociale: dunque un’alleanza democratica e progressista che si costruisce sul progetto, sulla visione dell’Italia e dell’Europa, superando una idea lineare e geometrica del sistema politico, legata a categorie (sinistra/centro/destra; moderati/radicali; liberali/socialisti/conservatori) che non corrispondono più del tutto ai comportamenti elettorali di tanti cittadini.

     

    Mi sembra questa la sfida che abbiamo di fronte e la discussione che dobbiamo fare, anche prima di decidere cosa modificare del nostro Statuto.