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    "Perché a Milano si vive meglio" di Giangiacomo Schiavi

    22 dicembre 2015 - Milano che torna a fare Milano e scala le classifiche della qualità della vita non è una notizia, è una conferma. Da mesi l' indicatore più sensibile della vivibilità, cioè il tam tam popolare, batte su un tasto che rischia di diventare monotono e ripetitivo: la città ha ritrovato l' appeal dei giorni migliori, è una piattaforma di opportunità, nelle università si parla inglese, con i grattacieli e i progetti innovativi è cambiata la rete della mobilità, l' Expo ha portato qui il mondo e gli sceicchi fanno shopping immobiliare come nella Londra degli anni Novanta. Ma l' indagine del Sole 24 Ore con il classico borsino di chi sale e di chi scende fotografa un altro passaggio, quello del valore prodotto, la vera ricchezza di Milano, che viene così catapultata al top, appena dietro l' irraggiungibile Bolzano: la macchina della crescita oggi spinge il Pil alla pari delle città faro d' Europa, come Amsterdam, Monaco, Manchester e Rotterdam, delineando un futuro prossimo da glocal city , in grado di stare nella scia delle prime dieci capitali del mondo. «È così», conferma il presidente di Assolombarda Gianfelice Rocca, che ha visto lungo tre anni fa, quando ha allineato i motori per far ripartire il carro della ripresa. «Questo risultato è il frutto di un' azione diuturna che ha liberato energie positive per la città. Le qualità prima disperse in tante isole si sono combinate intorno a un campo magnetico, le pulsioni di Milano sono diventate un' unica forza trainante alla quale Expo ha dato il colpo di reni».
    Un miracolo senza scope volanti, che Rocca chiama voglia di futuro e Carlo Ratti, l' architetto del Mit chiamato a progettare il Talent Garden, uno spazio di sperimentazione e sviluppo per start up e professioni del futuro a quattro fermate dal Duomo, vicino alla fondazione Prada, definisce «capacità di vivere al meglio il proprio tempo». A fare lo stile è la civitas, spiega, «la voglia di esserci, di uscire, di prendersi cura». Milano è questo oggi, «molto più bella di come l' ho lasciata da questore tre anni fa», ammette il neoprefetto Alessandro Marangoni, che si sente «felice e orgoglioso di esserci», come Roberto Snaidero, presidente di Federlegno, che da friulano respira qui, purtroppo con l' aria inquinata, il profumo del mondo. «A ogni Salone del mobile si avverte un' accelerazione, una crescita.
    Milano oggi offre tutto, ti fa sentire al centro della modernità». Fattore Expo, attrattività universitaria, ricerca scientifica, alta qualità medica e ospedaliera, volontariato efficiente, solidità ritrovata: si cresce anche per questo. Ma la spinta più forte, avverte il sociologo Aldo Bonomi, l' hanno data in questi anni le tracce di una nuova coesione sociale. «La Milano smarrita di fine secolo che sventolava la paura e si distingueva nelle divisioni ha abbattuto i vecchi muri, al posto della divisione oggi c' è la condivisione, esercitata dai nuovi soggetti sociali che sono i giovani, i creativi, le imprese innovative». Attività commerciali e servizi avanzati per le imprese hanno cambiato la geografia urbana insieme ai nuovi negozi, ai sushi bar, al rito della Darsena. E poi ci sono le new entry: grandi banche (a Garibaldi Repubblica) assicurazioni (Generali e Allianz nella nascente City life), gigantesche città commerciali (in arrivo a Segrate).
    L' indagine del Sole allarga lo sguardo sul mix vincente di un' area da sette milioni di abitanti che da sola potrebbe trainare davvero tutto il Paese, con il distretto Monza Brianza che svetta per efficienza e fatturati.
    «Qui il settore manufatturiero ha superato la crisi con la fatica e il saper fare», spiega Renato Mattioni, segretario della Camera di commercio. Odore di segatura, globalizzazione, design e qualità: la ricetta è questa. Un combinato disposto che ha funzionato perché Milano si è data un ruolo, ha ritrovato la sua leadership civica ed economica, «mentre il traguardo di Expo distraeva la politica e la burocrazia», maligna qualcuno. Rocca, dopo aver spinto il masso in salita come Sisifo, quando pochi erano disposti a farlo, lancia però un allarme.
    «Vedo un pericoloso adagiarsi sugli allori. Il dopo Expo è uno scandalo. Nessuno sa che cosa fare. Non c' è un piano strategico. Se la politica non sta all' altezza di quel che sta facendo la società civile rischiamo di perdere il vantaggio competitivo».
    Ci sono ancora dei compiti da fare se si vuole restare al top.

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