• Lavoro e ripresa, due analisi del Sole 24 ORE

     FINALMENTE LE LUCI SUPERANO LE OMBRE

    di Luca Ricolfi

    Li aspettavamo con trepidazione, per non dire con ansia, i dati dell’occupazione di gennaio. E questo per una ragione molto semplice, e cioè che la decontribuzione totale per gli assunti a tempo indeterminato terminava il 31 dicembre 2015, lasciando scoperti i mesi futuri. Quindi qualsiasi impresa avesse avuto intenzione di assumere nei primi mesi del 2016, avrebbe avuto ogni convenienza a precorrere i tempi e ad assumere fin da dicembre, sfruttando il vantaggio della decontribuzione. Insomma, credo che nessuno studioso del mercato del lavoro si sarebbe stupito di un dato di gennaio negativo, con occupazione dipendente stagnante o addirittura in calo.

    E invece eccoli lì, 71mila posti di lavoro dipendente in più rispetto al mese di dicembre. Questo, perlomeno, è il dato provvisorio (destagionalizzato) comunicato dall’Istat ieri mattina. Se come termine di paragone si assume il mese di gennaio del 2015, l’aumento è di 448mila unità, oltre il triplo dell’aumento fatto registrare nell’analogo periodo precedente, ovvero fra gennaio 2014 e gennaio 2015 (+139mila). I dati non destagionalizzati forniscono incrementi ancora maggiori, anche in questo caso più che tripli rispetto a quelli registrati nel periodo precedente. Sono segnali molto importanti perché, per la prima volta da quando si è arrestato il calo dell’occupazione dipendente (ottobre 2013), la velocità di crescita dei posti di lavoro su base annua ha sfondato la barriera dei 400mila posti di lavoro. Fino al mese di dicembre 2015 l’incremento netto tendenziale di posti di lavoro, a dispetto di decontribuzione e Jobs Act, era risultato assai più basso, intorno alle 150mila unità nel primo semestre 2015 e intorno alle 300mila unità nel secondo semestre. Ora siamo a 450mila posti di lavoro in più, e c’è solo da sperare che nei mesi prossimi la tendenza si rafforzi, e i dati dell’intero primo trimestre del 2016 certifichino che non si è trattato di un fuoco di paglia.

     
     
     

    È stato merito del Jobs Act? È presto per dirlo, e probabilmente non lo sapremo mai, perché – con i dati disponibili – è impossibile isolare con sicurezza l’impatto del Jobs Act. Quel che si può dire, tuttavia, è che da almeno un semestre la dinamica dell’occupazione appare un po’ più vivace di quella che ci si sarebbe potuti attendere in base all’andamento del Pil. La mia impressione, basata su un’analisi separata dell’andamento dei posti di lavoro stabili e di quelli temporanei, è che in realtà la ripresa occupazionale in corso abbia avuto almeno tre genitori: non solo il contratto a tutele crescenti, ma innanzitutto la universalmente lodata decontribuzione totale (gennaio 2015), e il quasi sempre dimenticato decreto Poletti (marzo 2014), che liberalizzava i contratti a termine.

    Questa congettura aiuta a comprendere la strana traiettoria del tasso di occupazione precaria, cresciuto per oltre un anno, fino a toccare il massimo storico nell’estate scorsa, ma da allora tendenzialmente calante. È possibile, in altre parole, che il mercato del lavoro abbia puntato prevalentemente sui contratti a termine fino al decollo della decontribuzione, e si sia letteralmente avventato sui contratti a tempo indeterminato all’approssimarsi della fine della decontribuzione. La massiccia ondata di trasformazioni da tempo determinato a tempo indeterminato avvenuta nel mese di dicembre ha per così dire chiuso il cerchio, riportando il tasso di occupazione precaria più o meno al punto in cui si trovava nel 2014.

    Tutto bene, dunque? È presto per pronunciarsi, ma dopo il dato di gennaio – finalmente – le luci prevalgono sulle ombre. Che tuttavia restano, e non si possono nascondere.

    La prima ombra, su cui nessun singolo stato o governo può agire in modo incisivo, è la congiuntura economica internazionale, che pare di nuovo volgere al nuvolosetto. La seconda ombra è l’andamento dell’occupazione globale che, è sempre bene ricordarlo, include anche il lavoro autonomo. Qui le cose vanno meno bene, perché a fronte dei 448mila posti di lavoro dipendente guadagnati in un anno bisogna registrare 149mila posti di lavoro indipendente perduti. È probabile che una parte dei posti di lavoro dipendente creati nell’ultimo anno siano trasformazioni di partite iva, co.co.pro, collaborazioni occasionali in posti di lavoro subordinato. Il saldo fra l’incremento degli occupati dipendenti e il crollo degli occupati indipendenti è ancora ampiamente positivo (+299mila), ma solo se il termine di paragone è il mese di gennaio 2015. Se il termine di paragone è l’estate scorsa, oggi siamo sopra di soli 50mila occupati, e se il termine di paragone è agosto 2015, la serie destagionalizzata dell’Istat registra appena 4mila occupati in più: insomma, fra agosto 2015 e gennaio 2016 l’occupazione totale appare sostanzialmente invariata.

    Resterebbe una terza ombra, e forse è la più importante. L’Italia ha un disperato bisogno di creare occupazione, perché – anche solo per diventare un paese Ocse normale – le mancano qualcosa come 7 milioni di posti di lavoro. Ma l’Italia ha anche bisogno, paradossalmente, di usare meno lavoro per produrre quel che riesce a produrre e a vendere, perché il prodotto per addetto ristagna da circa 15 anni, ed è addirittura calante da quando è iniziata la crisi. Insomma, facciamo bene a rallegrarci quando l’occupazione cresce, ma dovremmo al tempo stesso preoccuparci se questo avviene senza un aumento più che proporzionale del prodotto, perché un paese a produttività stagnante o declinante non può sperare di tornare a crescere e a competere, ossia sull’unica strada che può portare ad aumenti di occupazione consistenti e duraturi. Questo, purtroppo, è però quel che è successo da quando l’occupazione ha smesso di diminuire, ovvero dall’ottobre 2013: da allora la tendenza di fondo dell’occupazione totale è stata all’aumento, ma la tendenza di fondo del prodotto per occupato è stata alla diminuzione.

     IL LAVORO DA FARE PER UNA CRESCITA FORTE

     

    di Guido Gentili
     
    Nel giorno in cui la direttrice dell' Agenzia delle Entrate, Rossella Orlandi, evoca per i contribuenti riottosi il «lato oscuro dell' accertamento», il lato chiaro dei dati Istat suggerisce a tutti - ottimisti e pessimisti per principio o scelta politica - valutazioni prudenti. di Guido Gentili Perché se non siamo nel peggiore dei mondi possibili, vicini alla catastrofe, non siamo neanche nell' eden dove si respira a pieni polmoni l' aria frizzante e contagiosa della ripresa. Il chiaro e lo scuro. Cosa si può dire di una grande potenza industriale che rivede la luce (+0,8% il Pil alla fine del 2015) dopo tre anni consecutivi di caduta (-2,8%, -1,7%, -0,3%) col segno meno davanti ma che trova la Germania a +1,7%, la Francia a +1,2%, Usa e Regno Unito ben oltre il 2%? E che dire ancora di questo +0,8% finale (il Governo aveva previsto +0,9%) ma frutto nel corso del 2015 di un andamento tutto al ribasso? Il chiaro e lo scuro. Guardando ai saldi della finanza pubblica si legge che il deficit in rapporto al Pil è pari al 2,6%, il risultato migliore dal lontano 2007 (1,5%), ma si constata anche che il saldo primario al netto degli interessi che paga lo Stato è all' 1,5%, in caduta costante dal 2012 (2,2%). Vero, il debito pubblico (132,6% in rapporto al Pil, meno del 132,8% previsto dal Governo, 2.170 miliardi in valore assoluto, livello record) è cresciuto solo dello 0,1% rispetto al 2014 e la pressione fiscale è scesa al livello più basso dal 2011, il 43,3%, dal 43,6% del 2014. Ma parliamo sempre di dati abnormi, al pari della spesa totale (-0,1% e va segnalata la positiva inversione di tendenza, dopo molti anni, nella crescita degli investimenti fissi lordi) che comunque si colloca al 50,4% in rapporto al Pil a fronte del 47,8% relativo alle entrate totali. Questi, accanto a quelli su occupazione e disoccupazione di cui scrive oggi su queste colonne Luca Ricolfi, non sono dunque i numeri di una ripresa in grande stile "senza se e senza ma". Però non sono neanche il preannuncio di una catastrofe e il segno di un fallimento, altrettanto "senza se e senza ma", delle scelte di politica economica del governo. In questo senso, dire che siamo di fronte ad una ripresa debole, e molto a rischio anche perché il rallentamento dell' economia mondiale è palese e imbottito di incognite, può sembrare banale. Ma di questo si tratta, tenuto conto che gli effetti di trascinamento della svolta del 2015 sono bassi e che già i numeri del 2016 ondeggiano. Dopo il +0,8% del 2015, il Governo ha messo in pista un +1,6% del Pil, un +1% d' inflazione e una riduzione del debito sempre nel rispetto della regola europea sul tetto del 3% nel rapporto deficit/Pil. I primi due numeri, anche alla luce della persistente deflazione, non si realizzeranno e la crescita è destinata a scendere. Quanto alla flessione del debito pubblico (che la Commissione europea vede oggi al 132,2% con un Pil a +1,4%), il Governo continua a prospettare l' inversione di tendenza sul filo dei decimali ma è proprio la crescita più bassa del previsto a minarne alla base la possibilità, salvo miracoli dal lato delle privatizzazioni, sui quali nutrire dubbi molto ragionevoli è il meno che si possa fare. I numeri ufficiali del 2015, ancorché marginalmente, migliorano comunque la posizione al tavolo di Bruxelles sulla flessibilità di bilancio (a maggio ci sarà l' esame e il giudizio finale sulla manovra 2016 e solo dopo potranno essere discusse le quote aggiuntive di deficit per il 2017), ma non la spianano certo - stando alle regole attuali, che prevedono insieme meno deficit e meno debito - verso la "scossa" fiscale che sarebbe necessaria per far ripartire una crescita forte, a sua volta vera garanzia per la discesa del debito. Ieri il ministro dell' Economia Pier Carlo Padoan, restando nel perimetro della realtà possibile al momento, ha spiegato che «al di là degli annunci, i nuovi tagli di tasse andranno comunque collocati in un quadro di compatibilità». Come dire un passo per volta, senza fughe in avanti e partendo dalla necessità, per cominciare, di mettere fuori gioco le clausole Iva per il 2017. Non è il peggiore dei mondi possibili, ma non è neanche il giardino incantato da spot pubblicitario.

vedi anche....