• Banche italiane e l'Europa
    Analisi di Reichlin e Berta

    Tutti i quotidiani di oggi aprono o mettono in evidenza il risultato del vertice dei ministri delle Finanze dell'eurogruppo di ieri dedicato agli effetti della Brexit sull'economia europea e dove, ufficialmente, non si è parlato delle banche italiane.  Vi voglio segnalare due approfondimenti: Pietro Reichlin su l'Unità e Giuseppe Berta su Il Mattino 

     

     

     

      Di Pietro Reichlin

     

    I problemi per il settore bancario europeo sembrano non avere fine, e i nostri istituti di credito sono tra i più esposti. Come ha detto recentemente il governatore Visco all' ABI, la debolezza del settore è stata sopravvalutata dagli analisti. Ma non dobbiamo neanche nascondere i problemi sotto il tappeto. Sulle nostre banche pesano una pluralità di fattori negativi: la dimensione dei crediti deteriorati, la scarsa redditività causata dalla politica iper-espansiva della Banca Centrale Europea, la Brexit e le incertezze sulla crescita del PIL. Il governo sta trattando con l' Europa il via libera per interventi a sostegno delle nostre banche più esposte, con impiego di denaro privato e pubblico, in coerenza con le nuove regole dell' Unione Bancaria. L' idea di un intervento pubblico di dimensione europea dovrebbe essere esplorata fino in fondo. Interventi di questo genere sono stati compiuti nel passato e, in alcuni casi, hanno funzionato molto bene. Il governo svedese ricapitalizzò le proprie banche dopo la crisi del 1992 facendole tornare in salute dopo pochi anni e quello USA fece altrettanto, con il TARP, dopo la crisi del 2008. La ragione per cui queste politiche hanno funzionato è che, al momento della loro attuazione, in quei paesi era in atto un attacco speculativo dovuto all' incertezza sulla qualità degli attivi (prestiti e cartolarizzazioni). Il nuovo capitale ha risollevato la fiducia degli investitori e consentito alle banche di assorbire le perdite senza tagliare il credito. Inoltre, esso è costato molto poco ai contribuenti, perché il governo ha comprato a prezzi stracciati e rivenduto nella fase "alta" del mercato. I banchieri non sono stati contenti, perché queste misure hanno costretto gli azionisti a diluire le proprie partecipazioni. La situazione delle nostre banche, e di quelle di molti altri paesi europei, presenta alcune analogie con quella delle banche svedesi e americane negli episodi citati. È pur vero che la situazione oggi è meno drammatica. In generale, le principali banche italiane ed europee non sono sull' orlo del fallimento o in crisi di liquidità, ma l' incertezza sul valore degli attivi, dovuta a quasi dieci anni di recessione e a comportamenti imprudenti, oltre ai nuovi rischi legati alla Brexit, deprime il mercato ben al disotto di quanto sia giustificato dai fattori strutturali, come la bassa reddi tività dovuta alla politica monetaria espansiva e la debolezza della ripresa economica. Non si tratta, dunque, di risollevare le banche da un baratro, ma, più semplicemente, di eliminare quei fattori di debolezza che impediscono una solida ripresa del credito. Tuttavia, con tutta probabilità, la proposta del capo -economista di DB non farà molta strada. Una buona parte dei governi europei e delle autorità comunitarie sono contrari a compiere questo passo o, almeno, vorrebbero imporre condizioni molto stringenti, anche per ciò che riguarda interventi più limitati e di dimensione nazionale. Una delle ragioni è che, secondo le autorità europee, la ricapitalizzazione pubblica alimenta comportamenti imprudenti da parte dei banchieri. Si tratta dell' azzardo morale: se gli amministratori e gli azionisti possono essere salvati, non hanno alcun incentivo a valutare correttamente il rischio delle proprie azioni. Per questo esiste la regola del bail -in, in base alla quale i fondi pubblici per salvare banche in difficoltà possono essere utilizzati solo dopo che azionisti e titolari di obbligazioni subordinate (le più rischiose) hanno subito una perdita adeguata. In linea di principio questa regola è sacrosanta. Basterebbe ricordare i comportamenti irresponsabili di alcuni nostri banchieri. Ma esistono casi in cui essa può essere pericolosa. Se la difficoltà delle banche non è circoscritta, ma riguarda una molteplicità d' istituti di rilevanza nazionale, l' applicazione della regola provoca la fuga degli investitori verso attività più sicure. In Italia, poi, abbiamo un problema in più. Nel passato, alcune banche hanno collocato obbligazioni subordinate presso la clientela retail, e la diffusione delle obbligazioni subordinate presso i privati è superiore rispetto ad altri paesi europei. L' applicazione del bail -in avrebbe un effetto devastante sulla posizione finanziaria di piccoli investitori che non hanno ben compreso il rischio delle obbligazioni bancarie. Per tutti questi motivi, un' applicazione rigida del bail -in potrebbe creare rischio sistemico, aumentare la dimensione dell' intervento pubblico, generare una falla rilevante nei conti dello Stato e, nello scenario peggiore, provocare una fuga dai titoli sovrani. Si tratta di un rischio remoto, ma che tutti in Europa vorrebbero evitare, incluse le istituzioni comunitarie e i governi dei paesi più solidi dell' Unione. Queste considerazioni dovrebbero consigliare molta prudenza e un sano scetticismo nei confronti della rigida applicazione delle regole europee. L' Italia paga il prezzo di colpe commesse dai precedenti governi, dall' ossessione per il controllo da parte delle fondazioni e dell' imprudenza di alcuni banchieri con manie di grandezza. Per errore o perché impediti da un debito pubblico troppo elevato, non abbiamo utilizzato i fondi pubblici europei per consolidare i bilanci dopo la crisi del 2008. Ma in questi ultimi anni le nostre banche hanno compiuto grandi passi in avanti nei livelli patrimoniali e nella riduzione dei costi, e gli altri paesi europei non sono in condizioni molto migliori del nostro. La messa in sicurezza del settore creditizio di tutta l' UE è un vantaggio per tutti e richiede soluzioni coraggiose e innovative. L' uso di fondi pubblici per ricapitalizzare le banche, con opportuni vincoli e condizioni, è una di queste.

     

    Di Giuseppe Berta

    L' Italia ha sempre avuto un' immagine contraddittoria, specie quando è stata filtrata attraverso lo sguardo degli osservatori stranieri. Ieri questa particolarità ha raggiunto probabilmente il suo apice, perché a Bruxelles e a Londra si sono formulati giudizi in apparenza addirittura opposti sul nostro sistema bancario. Mentre un giudice severo dello stato dell' economia come il «Financial Times» diceva che è quanto mai urgente mettere mano a un riordino complessivo del sistema del credito italiano, negli ambienti europei solitamente meno benevoli verso il nostro Paese si sosteneva che in fondo non c' è tutta quest' urgenza di avviare un piano di salvataggio di banche come il Monte dei Paschi.
    I due punti di vista paiono di primo acchito inconciliabili.
    Per il quotidiano finanziario fondato a Londra nel 1888, l' Italia è una nazione che soffre del fatto di avere più filiali di banca che pizzerie (quando si parla di noi il riferimento all' emblema della nostra gastronomia la pizza è d' obbligo). Renzi dunque ha fatto benissimo ad avviare un' opera di disboscamento che i suoi predecessori hanno rimandato il più a lungo possibile. Le banche italiane costano troppo perché sono macchine organizzative troppo pesanti. Perciò non c' è soltanto il nodo delle sofferenze da affrontare, ma occorre procedere a un riassetto che dovrà necessariamente tagliare posti di lavoro e ridare efficienza a un sistema anchilosato. Argomenti simili dovrebbero essere musica per le orecchie degli eurocrati di Bruxelles.

     

     E invece no: ieri il presidente dell' Eurogruppo Dijsselbloem e il suo mentore Schaüble, il potentissimo ministro delle Finanze della Germania, hanno tenuto a far sapere che non c' è tutta questa urgenza di correre al salvataggio delle banche italiane. Specie se ciò implica un impegnativo intervento dello Stato per farsi carico della loro ricapitalizzazione. Per questi due, come vogliamo chiamarli?, «non amici» dell' Italia bisogna aspettare almeno fino alla fine di luglio, quando la Banca Centrale Europea renderà noti gli stress test condotti sugli istituti di credito. In realtà, come documenta l' inchiesta di Francesco Pacifico pubblicata in altra pagina, i tedeschi nascondono la montagna di titoli derivati presente nelle loro banche e non esitano a intervenire con sostegni di Stato per aiutare gli istituti in crisi. Comodo così stabilire chi ce la fa e chi no. In ogni caso, l' Italia non potrà chiedere la sospensione delle norme europee sul «bail in»: in concreto, significa che almeno i detentori di azioni e di obbligazioni subordinate delle banche da ricapitalizzare saranno chiamati d' autorità a fornire il loro contributo.
    Chi ha ragione, allora? Il Financial Times che esorta Renzi ad andare avanti in fretta sulla strada del riassetto integrale del sistema bancario? O i nostri severi censori del Nord, che un po' ipocritamente questa volta sostengono la necessità di procedere con calma? E infine: fa bene o no il nostro presidente del Consiglio a dichiararsi ottimista, annunciando che ci sarà presto un' intesa sulle banche italiane?
    Cominciamo col dire che le cautele di Bruxelles sono scopertamente strumentali. Dijsselbloem e Schaüble hanno dimostrato troppo spesso di riporre ben scarsa fiducia nell' Italia e nelle sue risorse economiche.
    Se ora dicono che la situazione delle nostre banche non è così grave, è soltanto per sventare il pressing del Governo Renzi, che si rende ben conto di non poter lasciar passare altro tempo senza trovare una soluzione percorribile. D' altronde, è stata la Bce a inviare una robusta sollecitazione affinché il Monte dei Paschi di Siena proceda a rivedere il valore delle proprie sofferenze bancarie con un piano triennale. Il suo esito sarebbe evidentemente l' azzeramento del capitale della banca.
    Quindi, l' urgenza di salvataggio è più che reale, così come è politicamente urgente per Renzi mostrare una capacità d' azione e d' intervento su un problema così delicato come la sorte del risparmio italiano.
    Nessuno può pensare che un passaggio del genere non sia di capitale importanza per il governo. Le prospettive politiche di Renzi dipendono dallo sbocco che troverà per la questione bancaria ben prima che dal referendum istituzionale.
    Dal punto di vista del consenso, la cosa migliore sarebbe strappare a Bruxelles una sospensione delle regole del «bail in», cioè proprio quanto Dijsselbloem e Schaüble non vogliono nemmeno sentir nominare.
    Ma Renzi non può permettersi un nuovo caso Banca Etruria, questa volta di dimensioni mastodontiche.
    Il Financial Times riserva parole di apprezzamento per Renzi. Ma al tempo stesso lo mette in guardia, spiegandogli che, se davvero vorrà riformare la struttura del credito, non si troverà davanti soltanto il nodo delle sofferenze e dei crediti deteriorati, bensì quello, assai più delicato, dell' inefficienza delle banche.
    Bisogna ridurne i costi e questo esige che si taglino posti di lavoro. Si può pure ricapitalizzare le banche ricorrendo alla mano pubblica; dopo però occorre che esse diventino efficienti, con minori costi e con una reale autonomia dal sistema politico e dai suoi circuiti locali, quelli che troppo spesso hanno finanziato attività prive di adeguata sostanza imprenditoriale.
    Che l' abbia compreso fino in fondo o no, Renzi in questi giorni è dinanzi al tornante più complicato della sua carriera politica. Il dilemma che deve sciogliere non è di quelli che si possono aggirare muovendosi sul versante della comunicazione. Qui sono in gioco interessi estremamente corposi, che comunque vada a finire non potranno uscire intatti da questa vicenda.
    Renzi deve e può salvare le nostre traballanti banche per non tradire i risparmiatori italiani e il nostro sistema economico. Ma deve riuscirci fornendo la prova che dopo non torneranno più a funzionare come prima. In altri termini, il salvataggio delle banche deve coincidere con un nuovo inizio per loro, che riassicuri gli operatori economici internazionali e non li induca ad astenersi dall' investire in Italia. Il salvataggio, insomma, deve costituire la premessa per una svolta del nostro sistema del credito, chiamato a operare assai meglio di quanto abbia fatto negli ultimi anni.
    È chiaro che un' operazione del genere richiede una grande qualità di leadership politica. Quella che servirebbe anche all' Europa e che taglierebbe un po' d' erba sotto i piedi all' oligarchia dei Dijsselbloem e degli Schaüble.

     

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