• IL MEDICO CHE SALVA I MIGRANTI A LAMPEDUSA

    Il candidato italiano all'Oscar è il documentario Fuocoammare di Gianfranco Rosi su Lampedusa e sugli sbarchi dei migranti. Da oltre 25 anni il dottor Pietro Bartolo accoglie sull'isola i rifugiati. Da La Repubblica uno stralcio del libro "Lacrime di sale" di Bartolo e Lidia Tilotta nato da questa esperienza e da oggi in libreria.
    ------

    È gelida l' acqua. Mi entra nelle ossa. Non riesco a liberare la stazza dall' acqua. Salto da un punto all' altro ma ogni tentativo è vano. Uso tutta la mia forza e la mia agilità ma la lancia resta piena. E cado. All' improvviso. Senza nemmeno rendermene conto. Ho paura. È notte fonda e fa freddo. L' incoscienza dei miei sedici anni mi ha portato a non calcolare il rischio. Non potevo e non dovevo cadere in mare. Mi sembra di morire. Nella barca grande dormono e chi sta al timone sembra non essersi nemmeno accorto che sulla lancia attaccata dietro non c' è più nessuno. Ho paura. Siamo a quaranta miglia da Lampedusa e, se non riesco a farmi sentire subito, mi lasceranno qui e sarà la fine. Si renderanno conto di avermi perso solo arrivati in porto. Non voglio morire così. Non a sedici anni. Sono terrorizzato. Il panico sta per impadronirsi di me e comincio a urlare con quanto fiato ho in gola, cercando di rimanere a galla e di non farmi trascinare giù da questo mare che ci consente di sopravvivere ma che può anche decidere di abbandonarci per sempre, di diventare un mostro crudele che non ha alcuna pietà. « Patri » urlo con l' angoscia che mi cresce dentro. « Patri » urlo ancora. Lui è al timone e non mi sente. La fine si avvicina, penso, ma continuo a urlare. Poi qualcosa accade. Lui si volta e si accorge di me, delle mie braccia alzate, della mia voce rotta dal pianto, e torna indietro a prendermi. Urla ai marinai di svegliarsi. A bordo del Kennedy cresce l' agitazione. Il mare è mosso e non è facile tirarmi su, ma alla fine ci riescono. Sono salvo. Ho freddo, sto male, inizio a vomitare acqua salata. Piango come un bambino disperato. Mio padre mi stringe forte, mi riscalda come può. Torniamo a casa con la barca vuota per una battuta di pesca andata male ma con una vita salvata. La mia. Per giorni nella nostra umile casa di pescatori smetto di parlare. Io che zitto non sono mai stato. Io che fermo non sono mai stato, adesso non riesco a muovermi. E dalla mia bocca non esce nemmeno un suono. Per la prima volta nella mia vita ho capito cosa vuol dire guardare la morte in faccia. Ciò che invece non potevo sapere è che non solo quella notte sarebbe rimasta per sempre impressa nella mia mente ma che la mia esistenza sarebbe stata segnata da un mare che restituisce corpi e vite e che sarebbe toccato proprio a me salvare quelle vite e toccare per ultimo quei corpi. Che ogni volta che in banchina avrei visitato un uomo, una donna, un bambino fradicio di acqua gelida e con gli occhi pieni di paura avrei ripensato a quegli istanti. Ogni tanto l' incubo di quella notte torna a farsi vivo ma, da oltre venticinque anni, a quell' incubo, a quel terribile ricordo se ne aggiungono altri, ancora più devastanti e purtroppo, temo, altri se ne aggiungeranno. * A volte penso di non farcela. Di non reggere questi ritmi, ma soprattutto di non reggere tanta sofferenza, tanto dolore. Molti miei colleghi, invece, sono convinti che ormai mi ci sia abituato, che fare le ispezioni cadaveriche per me sia diventata routine. Non è così. Non ci si abitua mai ai bambini morti, alle donne decedute dopo aver partorito durante il naufragio, i loro piccoli ancora attaccati al cordone ombelicale. Non ci si abitua all' oltraggio di tagliare un dito o un orecchio per poter estrarre il Dna e dare un nome, un' identità a un corpo esanime e non permettere che rimanga un numero. Ogni volta che apri un sacco verde è come se fosse la prima. Perché in ogni corpo trovi segni che ti raccontano la tragedia di un viaggio lunghissimo. Spesso si pensa che la difficoltà per i profughi sia solo la traversata in mare. Quella è solo l' ultima tappa. Ho ascoltato i loro racconti a lungo. La scelta di partire, di lasciare la propria terra. Poi il deserto. Il deserto è l' inferno, dicono, e non lo puoi capire se non ci sei dentro. Poca acqua, stipati sui pick-up, dove se ti siedi nel posto sbagliato sei sbalzato fuori e muori. E quando l' acqua finisce, per sopravvivere puoi bere solo la tua urina. Giungi in Libia, pensi che l' incubo sia finito, e invece ha inizio un altro calvario: la prigione, le torture, le sevizie. Solo se riesci ad affrontare tutto questo, a superare tutte le crudeltà, ti imbarchi. E se non muori in mare, finalmente arrivi, e speri che la tua vita possa ricominciare. Ho visto di tutto qui a Lampedusa. Una mattina in banchina mi ha colpito una donna che scendeva da una motovedetta. Veniva dal Gambia ed era bellissima. Indossava vestiti colorati e con una mano afferrava una valigia, come se stesse scendendo da un treno in una qualunque stazione. Aveva un portamento e una fierezza che non passavano inosservati. Come se si fosse scrollata di dosso tutte le sofferenze. La vidi salire sul pullman che l' avrebbe portata al centro di accoglienza e avrei voluto salirci anch' io per farmi raccontare, lungo il percorso, la sua storia, i suoi dolori e la speranza ritrovata. Ma tornai alla realtà e al mio lavoro, mentre il pullman svoltava l' angolo e scompariva. E poi ho visto famiglie palestinesi che pensavano di aver trovato in Siria un rifugio per scappare dalla loro guerra ed erano finite nel pieno di un' altra guerra, e avevano dovuto ricominciare daccapo. Un altro viaggio, altra sofferenza. E famiglie siriane, forse le più spaesate. Abituate nel loro paese a uno stile di vita al quale hanno dovuto rinunciare in un tempo talmente breve da risultare infinito. Più di vent' anni fa, quando a Lampedusa iniziarono i primi sbarchi, gli isolani chiamavano i migranti «i turchi ». Arrivavano in modo autonomo, attraccando con piccole barche o gommoni direttamente in spiaggia. Erano soprattutto nordafricani. Allora si trattava di un fenomeno nuovo e limitato nei numeri. Poi tutto è cambiato. All' improvviso. I numeri sono diventati altri. Le storie sono diventate altre. Ed è per questo che oggi, nel fare il mio lavoro in queste condizioni, ho bisogno del sostegno dei lampedusani. Perché spesso, quando lo sconforto sta per prendere il sopravvento, sono loro a darmi carica ed energia. Come è accaduto con Jasmine. Era arrivata dentro un barcone con oltre ottocento persone ammassate una sull' altra. Tantissimi erano rannicchiati nella stiva e tutti stavano male. Quando sbarcò, Jasmine aveva già rotto le acque. La sua piccola non ce l' avrebbe fatta se l' avessimo portata a Palermo. Cercai quindi di tranquillizzarla mentre le facevo l' ecografia e le mostravo il cuore e la testolina della sua bimba, che era in sofferenza fetale. Non avevo scelta. Mi assunsi la responsabilità di intervenire con una grande episiotomia, un taglio della vagina che va effettuato immediatamente prima della nascita. Era un rischio che dovevo correre. L' intervento riuscì perfettamente e Jasmine partorì una splendida bambina, un grande dono. Gift, appunto, come la madre l' ha voluta chiamare. Subito dopo, una straordinaria sorpresa. Uscito dalla sala parto, in piena notte, sporco di sangue e stremato, ho trovato lì fuori ad attendere tante altre mamme, le donne lampedusane, che avevano portato tutto il possibile per accogliere Gift: pannolini, vestitini, piccoli regali. ©RIPRODUZIONE RISERVATA " Dalla mia bocca non esce un suono Per la prima volta nella mia vita ho capito cosa vuol dire guardare la morte in faccia Spesso si pensa che la difficoltà per i profughi sia solo la traversata in mare. Quella in realtà è solo l' ultima tappa " IL MEDICO Pietro Bartolo in una scena del film "Fuocoammare" IL LIBRO "Lacrime di sale" di Pietro Bartolo e Lidia Tilotta (da oggi in libreria per Mondadori) sarà presentato mercoledì 2 ottobre alle 11 a Palazzo Roverella a Ferrara alla presenza degli autori.                         [15:44, 27/9/2016] +39 338 825 5291: qual è l'altro art della costituzione che hai citato oltre al 2 e al 3?                        

vedi anche....