• SERRA E BRAGANTINI: Se vince il No

    Michele Serra con L'Amaca di ieri su La Repubblica e Salvatore Bragantini su Il Corriere della Sera di oggi, da due punti di vista diversissimi, guardano al 5 dicembre e a un'eventuale vittoria del No. Il primo scrive che vincerà: "la vecchia destra, convinta da sempre che la Costituzione antifascista sia roba da comunisti; la nuova destra populista, che nelle regole vede solo un noioso impiccio, una inutile mediazione tra Capo e Popolo; e i Cinquestelle, che sono, in massima misura, la vera forza post-repubblicana e post-democratica, il Mondo Nuovo, la palingenesi, il partito unico".
    Il secondo:  "Se, con il No, vince l'autoritarismo". Ve li propongo.

    L’AMACA
    di Michele Serra

    ULTIMA settimana di questo strazio. L’unica buona notizia è che domenica finisce tutto. Vincerà il No, con buon margine: così Renzi impara a giocare a “uno contro tutti”. Ma il No di sinistra – che rispetto profondamente, il No di Rodotà e Zagrebelsky, il No dell’Anpi, il No di tanti miei amici – sarà poco più di niente: affogherà dentro il No di destra, quello di Brunetta, Berlusconi e Salvini, e soprattutto dentro il No grillino. Il No alla riforma Boschi, un secondo dopo l’esito del referendum, diventerà ciò che è davvero: un No a Matteo Renzi, al suo partito e al suo governo, andati in presuntuosa solitudine a schiantarsi. 
    L’esito, paradossale, è che nel nome della “difesa della Costituzione” avranno vinto, insieme ai pochi e tenaci custodi della sacralità della Carta che saranno immediatamente rispediti a occuparsi dei loro libri, figure politiche alle quali, della Carta, non è mai importato un fico secco: la vecchia destra, convinta da sempre che la Costituzione antifascista sia roba da comunisti; la nuova destra populista, che nelle regole vede solo un noioso impiccio, una inutile mediazione tra Capo e Popolo; e i Cinquestelle, che sono, in massima misura, la vera forza post-repubblicana e post-democratica, il Mondo Nuovo, la palingenesi, il partito unico. Ai vecchi papiri sostituiranno, non appena ne avranno l’occasione, le loro nuove misure del mondo. E se avete qualcosa da ridire, è perché siete della Casta.

     Se, con il No, vince l’autoritarismo
    di Salvatore Bragantini

    Caro direttore, ill 4 dicembre decideremo se accettare o respingere le modifiche alla Costituzione. Qui si vuol parlare di economia; non già delle conseguenze di lungo periodo delle modifiche proposte — che per Maurizio Franzini (sul mensile Eticaeconomia) sono di ardua interpretazione — bensì di cosa comporterebbe una vittoria del No per il finanziamento dell’economia. Non è questo né l’unico né il principale metro di giudizio, ma esso va considerato da chi voglia esercitare un voto consapevole. La prospettiva di una sconfitta del testo licenziato dal Parlamento ha già fatto salire a valori preoccupanti (170 punti base oggi) la differenza di costo fra titoli decennali del debito italiano e di quello tedesco. È un assaggio di quanto accadrà se la riforma sarà bocciata. Nulla di irrimediabile, abbiam passato ben altro nella nostra storia unitaria, certo supereremmo anche i violenti scossoni dei mercati finanziari che ad una vittoria del No seguirebbero. Salirebbe ancora, di molto, il costo di quel debito pubblico (2200 miliardi) che solo l’azione della Bce, duramente contestata in Germania, mantiene ancora entro limiti tollerabili per i nostri conti. Abbiamo già vissuto con lo spread oltre i 500 punti base; non è stato bello ma non siamo morti, possiamo farlo ancora, pur a prezzo di un ulteriore impoverimento del Paese. A ruota salirebbe il costo della provvista per le banche e quello del denaro per le imprese, aggravando la salute finanziaria di queste e il già pesante costo dei crediti dubbi per quelle. Seguirebbe una stretta creditizia: come prescrivere a chi ha l’influenza una notte in montagna d’inverno, all’aperto.

    Sarebbe allora inevitabile un aumento delle imposte, probabilmente indirette, la sperimentata tassa sulla povertà. Diverremmo, con tutta probabilità, anche ufficialmente il malato d’Europa; come tale saremmo assoggettati alla cura forzata che la medicina ufficiale europea propina in tali casi. Chi pensa che i Paesi forti dell’eurozona si farebbero in quattro per evitarlo, nutre pericolose illusioni. Sempre più si diffonde in quei quartieri l’idea che l’Italia minacci la salvezza dell’eurozona, a difesa della quale le vada prescritto un bel salasso, sotto l’amorevole tutela della Troika; dopo di che tornerà più bella e più forte che pria. Una vittoria del No darebbe l’occasione attesa; lo sberleffo al mondo, il «Grande vaffa» che non a caso Grillo sogna, sarebbe la vuota e costosa vendetta dei sottomessi. Torneremmo al vecchio, caro bicameralismo paritario, alla confusione fra poteri dello Stato e delle Regioni, all’uso smodato dei Decreti Legge; morto l’Italicum, che regola l’elezione della sola Camera, riavremmo il proporzionale puro, riportato in auge dalla sentenza della Suprema Corte.

    Chi pensa che la riforma costituzionale metta a rischio la nostra democrazia farà bene a votare No. Un’altra lunga recessione è prezzo che sarebbe perfino doveroso pagare per non consegnare l’Italia a un regime autoritario. L’etica della responsabilità costringe però chi lo tema a valutare anche il pericolo di una diversa e micidiale sequenza, che porti alla «tempesta perfetta»: il No al referendum strozza in culla la ripresina ora alle viste, ci fa ripiombare in recessione, il malcontento spinge al governo qualcuno che, per cacciare la «vecchia politica», apre la via all’autoritarismo. Quello vero, il cui populismo copre appena un nazionalismo che ovunque, a partire dagli Usa, rialza la testa. In tale prospettiva la vittoria del No rende più probabile, non meno, l’autocrazia. Il mondo concluderebbe che l’Italia si rifiuta di cambiare e affrontare i propri mali. La sconfitta al referendum di una riforma prima approvata due volte in Parlamento, poi inspiegabilmente sostenuta solo dalla maggioranza di un partito e osteggiata dalla minoranza di questo e da tutti gli altri, confermerebbe l’opinione pubblica mondiale nella sua radicata convinzione che l’Italia sia inguaribilmente frazionista, pronta a cambiar direzione a ogni mutar di vento, un partner dei cui impegni non ci si deve fidare. Ciò rischierebbe di mandare irreparabilmente in crisi l’Europa, dimentica ormai della propria ragion d’essere; per evitarla, essa somministrerebbe a Roma una cura esemplare per gli altri Stati discoli. Chi ama il proprio Paese tenga conto di questi molto sgradevoli, ma tutt’altro che improbabili, sviluppi. Morto un Papa se ne fa un altro; in gioco non è Matteo Renzi, siamo noi, l’Italia.

     

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