• Veltroni ricorda De Mauro
    "Democrazia, non linguistica"

    A tre mesi dalla scomparsa di Tullio De Mauro, il linguista e intellettuale che combatteva per una Italia acculturata e senza analfabetismo, la Camera dei deputati lo ricordato ieri con un convegno al quale ha partecipato, tra gli altri Walter Veltroni, vi ripropongo il suo intervento pubblicato oggi sulle pagine della cultura, de L'Unità.

    Qual è la percentuale degli italiani che ha una comprensione dei discorsi politici o che capisca come funzioni la politica italiana? «È certamente inferiore al 30%». Proprio qui abbiamo il dovere di tenere bene a mente queste parole amare di Tullio, pronunciate solo un anno fa. Tullio De Mauro ha combattuto tutta la sua vita contro quel virus silente e malefico, l' ignorare, che non smette di colpire il nostro paese. Tullio si sforzava di richiamare l' attenzione su quello che viene scientificamente definito come «analfabetismo funzionale». Che non è l' incapacità di leggere e scrivere ma quella di comprendere e usare le parole in modo appropriato. Secondo Tullio e secondo gli studi comparativi internazionali, due italiani su tre non sono in grado di capire un testo scritto o di decodificare il significato di un discorso complesso. Cosa è il Jobs act? E cosa è l' Italicum? E, ancora, cosa è il cuneo fiscale? Totò, del quale ricorre un anniversario che merita di essere ricordato, avrebbe detto che lui era un uomo di mondo, perché aveva fatto tre anni il militare a Cuneo. Ma dall' Italia del Principe de Curtis a quella di oggi si sono fatti enormi passi in avanti. Passi che così Tullio ha descritto: «Se svolta c' è stata, è merito delle spinte della vita democratica, l' aver favorito la corsa verso livelli più alti di istruzione, una corsa non programmata, perfino in parte non desiderata dai gruppi dirigenti, ma c' è stata e oggi abbiamo livelli di scolarità abbastanza alti. Nel 1950 avevamo lo stesso indice di scolarità dei paesi sottosviluppati, 3 anni circa di scuola a testa, distribuiti tra chi aveva la laurea e la massa enorme di chi aveva bassi livelli di istruzione. Oggi, con quasi 13 anni di scuola a testa, abbiamo un indice di scolarità dei paesi ad alto sviluppo. Nessun paese è riuscito a fare una corsa simile, è un tratto specifico dell' Italia, una voglia che c' è stata e forse c' è ancora». Per un lungo tempo della nostra storia il paese è cresciuto, in sapere e consapevolezza. E questo spiega perché molte barriere assurde sono cadute. Perché si è capito che le Madonne non piangevano se qualcuno votava comunista e perché si è capito che il magnifico sol dell' avvenire era lontano e impossibile, come la conquista dell' orizzonte. Il paese che aveva imparato a leggere e scrivere chiedeva più libertà, pensava di più, aveva più senso critico, voleva partecipare del suo destino. Le leggi sul divorzio e sull' aborto, lo statuto dei lavoratori sono, con molte altre, figlie di quel paese più consapevole. Maestri, professori, Alberto Manzi e don Milani Ci sono degli eroi di questa campagna di modernizzazione e di giustizia sociale. In primo luogo quelli sconosciuti, i senza nome. Generazioni di maestri e professori che, arrampicandosi per strade sterrate, andavano a insegnare le aste e le vocali a ragazzi figli di chi non aveva avuto questa stessa possibilità. Alberto Manzi che, usando gessetti neri su lavagne bianche, fece della televisione uno strumento di crescita e non di regresso culturale. Un prete, che facendo scuola in cima a una collina e scrivendo a una professoressa con i suoi ragazzi proletari, fece capire che il primo sessantotto da fare era quello delle parole. Perché, come diceva Don Lorenzo Milani: «Il mondo ingiusto l' hanno da raddrizzare i poveri e lo raddrizzeranno solo quando l' avranno giudicato e condannato con mente aperta e sveglia come la può avere solo un povero che è stato a scuola». l12 Giovedì, 6 Aprile 2017 l' Unità E infine un giovane studente, poi un professore. Un ragazzo, poi un uomo, con un sorriso inclusivo e una gran voglia di cambiare le persone e il mondo. Uno studioso sopraffino, capace di esplorare lingua e dialetti, di metterli in relazione con la storia e con il costume degli italiani. Questo, e molto altro, è stato Tullio De Mauro. Ha vissuto una vita bellissima. Piena di durezze e di dolori come è naturale che sia, ma piena di meraviglie. Piena di pensieri, di studi, di intuizioni, di impegno, di battaglie. È stato educatore, saggista, commentatore. E poi assessore, ministro, presidente di importanti istituzioni culturali. Si è occupato di letteratura e di tecnologie, di progresso e di giustizia sociale. Esiste una vita più piena? Confesso di amare, più di tutte le altre, le persone lievi, quelle che volano come una piuma, non quelle che si sentono macigni. Tullio era una persona accogliente e gentile, doti ormai rare. Era un uomo di rigidi principi e di grande moralità, doti ormai rare. Era un militante politico e civile appassionato e disinteressato, due cose che spesso vanno insieme. Ma qui, in queste poche righe che mancano alla fine, vorrei dire ancora una cosa. Tullio sperava che gli italiani sapessero, che non fossero nelle condizioni di subire le parole e di non trovare quelle giuste, e lo faceva non solo per amore della lingua. No, Tullio sapeva che, in primo luogo, la scuola è l' alba della giustizia sociale. Se non ci sono pari opportunità lì non ci sarà giorno per una comunità umana. Se pochi sanno e tanti non sanno, la società non può che finire con l' essere diseguale, ingiusta , insopportabile da vivere. Ai demagoghi l'«analfabetismo funzionale» serve Ma c' è ancora qualcosa di più. L' analfabetismo funzionale impedisce di capire la complessità delle cose, impone la semplificazione estrema, la riduzione di tutto a niente. Il bracciante che imparava a leggere entrava in contatto con un mondo complesso, che poi gli avrebbe consentito di capire i suoi diritti. Il dubbio, anima della democrazia, è figlio della complessità. A me non piacciono i pollici in su o in giù. Speravamo di averli lasciati sugli spalti del Colosseo. Invece sembrano tornare. Forma di riduzione della realtà, delle conoscenze, delle opinioni. Le cose vengono prima semplificate, poi gridate, poi, statene certi, imposte come unica verità plausibile. Le dittature hanno bruciato i libri, perché volevano cancellare la forza incomprimibile delle parole. Oggi si rischia di bruciare la comprensione della complessità. Più un popolo è privo di sapere e di dubbio più è esposto al primo demagogo, al primo urlatore, alla prima avventura capace di semplificare tutto e di assomigliare alle poche parole che ci restano. Era semplice dire che gli ebrei erano una minaccia. Bastavano poche parole, come sempre, per evocare il più pericoloso dei sentimenti popolari: la paura. Invece gli altri , che sono la libertà, richiedono di essere compresi e accolti Tullio ha detto una volta: «Non bisogna usare le parole sbagliate ma nemmeno avere paura di chiamare le cose con il loro nome. Una parola come immigrato è una parola buona, non cattiva e tali dobbiamo considerare queste persone che arrivano qui per lavorare, per vivere, sperando di vivere meglio, e sperando che non sia una delusione per loro e per noi. In partenza sono degli immigrati che diventano poi, speriamo, cittadini a pieno diritto». Che belle sono le parole di chi accoglie , di chi sente di essere parte, di chi apre le porte e non costruisce muri... La vita bellissima di Tullio de Mauro, grande intellettuale italiano è stata volta non solo a dimostrare il valore del sapere e della cultura. Con la sua fatica Tullio ci ha voluto dire una cosa semplice e chiara. Ci ha voluto dire che, quando parliamo del valore delle parole e della conoscenza, non stiamo parlando di linguistica. Stiamo parlando di democrazia.

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